Biografia

Felicia Lamanuzzi, artista architetto biscegliese residente a Stabio, in Svizzera, da 17 anni, è già stata all’attenzione di questa redazione per una installazione realizzata a Stabio, alcuni mesi addietro. Un’opera monumentale e sognante di urban art, che le ha meritato gli allori della critica e lo stupore dei concittadini, per aver saputo donare nuovi sensi e occasioni di riflessione ad una piazza che aveva perso il suo ruolo elettivo, quello di luogo comune di condivisione di gioie e dolori sociali. Le case narranti de  ”La città racconta”, con le cuspidi tese al cielo come un tempo le speranze della gente che animava quella piazza, sono  state un gran bel colpo d’occhio per il piccolo comune ticinese e un buon banco di prova per l’architetto biscegliese.

Barcelona alert! è una collettiva con l’intento di proporre l’arte come una delle risposte alla «rivitalizzazione» di molte aree urbane o periferiche senza qualità, di come essa stessa possa offrire l’occasione per ridefinire/qualificare quegli spazi anonimi disseminati nelle nostre cittadine e così recuperare un modo collettivo di vivere la città che ricomincia a colorare i suoi luoghi di rinnovata/riscoperta identità e così vivicità e qualità. Alla galleria Crisolart di Barcellona le opere di Francesca Anastasi, Pierangela Cattini, Mirko Cervini, Roberto Cozzi, Lorenzo Maria Dariol, Antonio Fittipaldi, Luca Ghielmi, Felicia Lamanuzzi, Giordano Redaelli, Giuseppe Sassi, Massimo Sesia, 3RE(Trezza-Regidore),in una mostra curata da Fabrizia Buzio Negri. Molto interessante l’opera di Felicia Lamanuzzi proprio per il suo tentativo di dare un contributo alla crescita della sensibilità verso l’architettura perchè profondamente convinta della relazione biunivoca tra qualità dello spazio in cui si vive e qualità e quindi salute (come misura della felicità) della società. L’appuntamento è per il 20 settembre alle 19:00 con l’inaugurazione e fino al 9 ottobre per visitare la mostra.

Nuove avventure portano la Lamanuzzi  oltreconfine. La bella e mediterranea Barcellona, fa richiesta dei suoi lavori. L’arch. Lamanuzzi partecipa con il gruppo di artisti di Varese “Officina Lombarda”, (sodalizio che ruota attorno al critico d’arte Farizia Buzio Negri),alla mostra “Alert!”, (20.11.-9.10.2013) presso le Crisolart Gallery. In Spagna, allestisce una rivisitazione de “La città racconta”,  invito a riflettere e a familiarizzare con l’architettura, che l’artista lancia ” per allenare la cittadinanza a sognare prima e a volere poi, spazi urbani di qualità, che manifestino cioè un’identità propria tale da divenire essi stessi luoghi capaci di generare una rinnovata voglia di abitarli. E’ questo il primo passo verso la riappropriazione del valore di civitas che la nostra società pare aver perso“.
Imparare a considerare l’arte come metodo altro  per rivitalizzare gli ambienti urbani, ci insegna Felicia Lamanuzzi, può  risultare una strategia vincente. Specie se l’immaginario collettivo ha costruito un’aura negativa attorno a un luogo un tempo amato.
A Bisceglie, le opportunità di sperimentare una teoria tanto affascinante – che è passo successivo all’organizzazione di eventi estemporanei – sono fin troppe. Buona cosa sarebbe che l’arte locale, pur florida di talenti, iniziasse a sfruttarle.

di Serena Ferrara
Periodico di informazione locale “BISCEGLIE in DIRETTA

FAIGIRARELACULTURA 2015

La città racconta è un’installazione urbana che nasce dalla voglia di esprimere la gioia e la coralità unita alla costante propensione a riflettere su temi di carattere urbano. È da qui che nasce la spinta ad allestire un’installazione “urbana” che sia occasione per dare forma a quelle riflessioni in cui spesso ci si imbatte quando, consci del ruolo di attori principali delle scene urbane, si parla della città contemporanea come di un luogo non più calibrato sulla figura umana, dove protagonista è l’assenza.

Allo stesso tempo è il tentativo di dare un contributo alla crescita della sensibilità verso l’architettura perchè profondamente convinta della relazione biunivoca tra qualità dello spazio in cui si vive e qualità e quindi salute (come misura della felicità) della società.
Nell’architettura infatti la volontà collettiva trova concretamente occasione di manifestarsi, di prendere forma.

Ritengo che la misura della qualità di una città sia proporzinale al tempo che i suoi cittadini trascorrono in essa ossia quanto abitano o chiedono di abitare i suoi luoghi.
Quando tale domanda viene a cadere penso si possa dedurre di trovarsi davanti ad una città dormitorio abitata da una cittadinanza che sembra vivere senza passione, senza amore, senza tensione al desiderio, senza felicità. E qui mi permetto di avanzare due possibili letture del fenomeno:
o la cittadinanza (società) è malata e manifesta di aver perso il proprio animo collettivo o cerca all’esterno della propria città la soddisfazione delle proprie aspirazioni.

Non è una delle soddisfazioni più grandi quella di vedere la propria cittadinanza coinvolta e partecipe alla vita del paese e propositiva rispetto ad essa?
Penso che l’arte possa essere il primo passo verso la riappropriazione della città, l’arte in quanto occasione per porre domande, avanzare riflessioni, richiedere attenzione. L’arte in quanto tensione alla felicità.

Così costruire un’occasione per allenare la cittadinanza a sognare prima e a volere poi, spazi urbani di qualità, che manifestino cioè un’identità propria tale da divenire essi stessi luoghi capaci di generare una rinnovata voglia di abitarli (primo passo verso la riappropriazione del valore di civitas che la nostra società pare aver perso) diventa il tema dell’installazione.
Essa, al di la del suo essere una città che ne racconta una immaginaria attraverso la proiezione sul pavimento antistante di immagini di architettura nelle quali si può entrare per immaginare di abitarle, sperimenta la possibilità/capacità di cambiare un luogo, di animarlo. Il luogo dove è stata collocata non è mai stato meta di passeggiate e nè di incontri. L’installazione è riuscita a creare interesse intorno a se modificando non solo la fruizione del luogo, ma ne ha svelato valori mai colti prima d’allora.Ecco come l’arte possa essere una delle risposte alla «rivitalizzazione» di molte aree urbane o periferiche senza qualità, di come essa stessa possa offrire l’occasione per ridefinire/qualificare quegli spazi anonimi disseminati nelle nostre cittadine e così, recuperare un modo collettivo di vivere la città che ricomincia a colorare i suoi luoghi di riscoperta identità e così vivicità e qualità.
L’arte é occasione di riflessione, l’arte è ricerca e per questo in continuo divenire verso il raggiungimento del suo fine ultimo: la bellezza. Se non c’è arte non c’e tensione alla crescita, non c’è aspirazione. L’arte offre la possibilità di coltivare una finalità collettiva: la bellezza appunto ed attraverso questa risvegliare nei cittadini il proprio ruolo nonchè valore di artefici e sovrani delle sorti e prima delle scelte del paese che abitano.
L’arte assume così valore politico e civile: essa prende forma attraverso meccanismi che non sono quelli della spartizione o frammentazione, ma della aggregazione verso un comune obiettivo: l’opera d’arte offre un’occasione di incontro/confronto/condivisione/unione/relazione tra le persone, ma questa è anche la città.

Nel caso specifico trattandosi di un’installazione urbana ritengo che il suo valore non sia quello di essere percepita come opera d’arte, quanto quello di veicolare una riflessione.
Tutto questo nel tentativo di non vedere scivolare in un vago ricordo lo sforzo di tutti coloro che, credendo nel valore in sè dell’installazione e nella sua capacità di generare effetti positivi, hanno prestato la loro maestria o sostegno per realizzare un opera lontana da ogni finalità lucrativa.

Felicia Lamanuzzi

Il progetto di architettura

Il progetto di architettura è un'occasione per confrontarsi con le trasformazioni che un intervento genera sul territorio, ma anche per leggere, interpretare ed, inevitabilmente, costruire una parte di città, senza mai perderne di vista l'attore principale: l'uomo che abiterà e misurerà gli spazi una volta divenuti realtà.

Il progetto vuole dare identificabilità ad una di quelle anonime parti in cui la città si è estesa in maniera diffusa indagando sulla possibilità di generare una sorta di processo a catena nel tentativo di cercare l'identità delle nostre periferie. Così l'intervento economizza sull'uso del territorio, il che in termini urbanistici si traduce con l'utilizzazione massima degli indici di sfruttamento/occupazione prescritti dal P.R., senza per questo rinunciare alla qualità degli spazi costruiti tanto coperti quanto aperti (giardini),avendo cura di evitare quei frequenti ritagli che, in quanto tali (non luoghi),si trasformano nei frequenti magazzini a cielo aperto che sempre più spesso punteggiano e ulteriormente deturpano le anonime zone residenziali delle città contemporanee.


Fotografie di LAMANUZZI Felicia

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