Biografia

Flavio Paolucci è nato a Torre (Val di Blenio, Svizzera),il 20 giugno 1934. Dopo aver frequentato la Scuola Cantonale di pittura di Lugano (1949–1953) e lavorato presso l’Atelier Oscar Bölt a Locarno (1955),Paolucci si iscrive all’Accademia di Brera a Milano (1955–57). Sotto l’influenza di Aldo Carpi studia Mario Sironi, Achille Funi e apprende la tecnica dell’affresco. Esordisce con la prima mostra personale nel 1958, anno in cui consegue anche il primo premio alla Biennale dei Giovani di Gorizia. Nei primi anni ’60 compie alcuni viaggi di studio. A Parigi, nel 1961, riceve il secondo premio all’Esposizione Internazionale dell’Unesco. Nel 1964 risiede per un anno in Marocco, dove scopre una dimensione totalmente diversa dello spazio e del tempo; nel 1967 rinnova l’esperienza marocchina. Dal 1968 vive nel suo atelier alla periferia di Biasca. Riconoscimenti nazionali e iterata presenza sulla scena artistica svizzera a partire dagli anni ’70. Prima personale in un museo e prima monografia nel 1984 (Olten, Kunstmuseum); importanti retrospettive a Lugano (1988 e 2014),Locarno (1993) e Milano (1995). Tra le sue personali si segnalano inoltre quelle al Centre Culturel Suisse di Parigi nel 1987 e nuovamente al Kunstmuseum di Olten nel 2000. Partecipazione a rassegne collettive internazionali dal 1958. Dal 1996, per cinque anni, è membro della Commissione federale di belle arti.

Nel clima di Brera, nella seconda metà degli anni ’50, il giovane Paolucci guarda alla tradizione sironiana. Avvia la ricerca artistica con i dipinti figurativi del 1956. A Parigi nel 1960–61 assimila la lezione tachista; le figure arcaiche degli inizi si sfaldano negli impasti densi delle superfici pittoriche. Un naturalismo astratto, che si richiama alle opere della seconda Ecole de Paris (Nicolas De Staël),conosce una successiva semplificazione nei quadri realizzati attorno al 1964 ispirati al viaggio in Marocco. Verso la fine del decennio le composizioni astratte lasciano posto a opere di ascendenza neodadaista e vagamente pop. I calchi di indumenti in poliestere (1969–1970) mediano verso un nuovo terreno d’indagine: l’oggetto. Alle provocatorie sottovesti seguono i Cuori (scolpiti in pelle e granito) e gli Aghi (legno e materiali diversi). Lo spostamento verso una maggiore concettualità traduce il confronto con i fermenti dell’epoca: il 1968, l’aggressività critico-culturale, la tematizzazione del rapporto artista-società. Ma è soprattutto il contesto dell’Arte Povera, con artisti come Mario Merz e Giuseppe Penone, a lasciare tracce più durature negli sviluppi dell’opera paolucciana.

Gli Innesti del 1974 segnano la svolta: la simbiosi dei rami artificialmente accoppiati introduce i temi distintivi della produzione matura, sviluppata negli oggetti-ambienti, nei quadri-oggetti e nelle carte. A partire dal 1976 un medesimo procedimento manuale sigla tutti i lavori: il parziale rivestimento con un’epidermide costituita da strati di frammenti cartacei frammisti a colla, nerofumo o blu cobalto. Negli abbinamenti di legni, oggetti e disegni degli anni ’80 risalta una ricorrente verticalità (vegetale, fallica, ideale). L’ala, la barca, lo stendardo, il bastone, il cerchio sono tra i segni allegorici dell’alfabeto utilizzato per raccontare frammenti di un discorso interiore costruito con scorie di sogni interrotti, schegge di memoria e personali mitologie.

Negli anni ’90 la produzione di Paolucci si contraddistingue mediante un inedito purismo dei volumi e un accentuato formalismo. Gli «oggetti-pensiero» – divenuti meno umili e più brancusiani – segnano l’apice della cura da sempre portata dall’artista alla disposizione estetica delle sue composizioni, intesa come momento ordinatore rispetto al caos.

Opere: Bellinzona, Museo Civico Villa dei Cedri; Berna, Mobiliare Svizzera; Coira, Bündner Kunstmuseum; Locarno, Collezione Arp; Losanna, Musée cantonal des beaux-arts; Lugano, Museo cantonale d’arte; Olten, Aare-Tessin AG; Olten, Kunstmuseum; Vevey, Musée Jenisch; Vevey, Nestlé SA Soletta, Bezirksschulhaus Schützenmatt; Zugo, Rigiplatz.

Maddalena Disch, 1998, aggiornato nel 2014 

 

Link:

RSI > Cult TV: La poesia delle cose dimenticate

Sul basamento in bronzo di una scultura di Paolucci sta scritto: “Il ramo morto fa ancora parte della vita”. 
Flavio Paolucci, l’artista, il portavoce del Ticino in Svizzera e in Europa, cammina nel bosco su un letto di foglie secche, si china e raccoglie un ramo. Lo osserva, lo tocca con le mani… Da quel momento diventa “Il ramo”, il protagonista di molte sue opere. Diventa il simbolo di tutte le piccole cose di cui l’uomo, preso dalla frenesia esistenziale, ha dimenticato l’importanza. Paolucci con la sua delicata poetica ci ricorda il ciclo dell’esistenza: dalla terra siamo nati e nella terra ritorneremo… in fondo l’uomo non è davvero più importante di un ramo secco, che dalla terra è nato e terrà diventerà. 

https://www.rsi.ch/la1/programmi/cultura/cult-tv/tutti-i-servizi/Flavio-Paolucci-1760401.html

 

Altri link:

https://www.google.com/search?q=flavio+paolucci+artista&hl=it-CH&authuser=0&source=lnms&tbm=isch&sa=X&sqi=2&ved=0ahUKEwin0Z_Zs6PhAhVFpIsKHREdDc8Q_AUIDigB&biw=1344&bih=731

https://www.youtube.com/watch?v=GJTFd642vq8

http://www.studiodabbeni.ch/artists/12/Flavio_Paolucci

http://www.ticinolive.ch/2016/06/14/immergiamoci-nel-mondo-flavio-paolucci-aymone-poletti/

http://www.carzaniga.ch/kuenstler/$/Flavio-Paolucci/94

 


Fotografie di PAOLUCCI Flavio

  • Art Gallery L'UOVO DI LUC
  • Art Gallery L'UOVO DI LUC
  • Art Gallery L'UOVO DI LUC

© 1999 - 2019 Art Gallery L'UOVO DI LUC | Spazio Arte Mappale 249 | Via Virano | 6814 Cadempino